di Piero Di Antonio
— Che cosa pensare di Donald Trump e della sua corte? Soltanto un’informazione pilotata e disattenta può fingere di non saper rispondere, e non da oggi. L’annuncio dei “dazi universali” che gli Stati Uniti applicheranno a tutti, accompagnati in mondovisione dal Giardino delle Rose alla Casa Bianca da tabelle circostanziate (sembravano le lavagnette dei listini prezzi nei bar o fuori dai ristoranti) ha svelato una finzione che da anni ci è stata rappresentata da media compiacenti e controllati, o come azionisti o come inserzionisti, da un sistema capitalistico ormai senza più regole. Tracimante e orgoglioso da poter dire ad alta voce che cosa pensa e soprattutto che cosa vuol fare per consolidare la sua egemonia. Ormai punta a tutto il nostro pianeta, satelliti compresi.
Da anni eravamo a conoscenza dei dogmi della Fondazione Heritage 2025, da anni le immense banche d’investimento americane si preoccupavano, anche in documenti ufficiali, dell’esistenza di troppa democrazia, di troppe istituzioni di controllo che affliggono il mondo. Una stretta ai diritti sarebbe stata bene accetta. Qui, oggi, non vale più il laissez faire, laissez passer di fine Settecento. Oggi al lasciar fare e al lasciar passare si accompagnano dileggio, protervia, arroganza.
Quello che sta avvenendo in queste ore ha un nome vecchio, risalente addirittura a Reagan. Si chiama “Project 2025”. Sulla pagina ufficiale di questo manuale per la ricostruzione del Paese è illustrato il progetto di transizione dal nocivo Governo liberale, verso un’America conservatrice, che inizia con l’elezione di Trump a presidente. Il percorso, è bene ricordare, poggia su quattro fondamenta essenziali che lavoreranno insieme per preparare il terreno a un’amministrazione conservatrice di successo: l’agenda politica, la selezione di un personale adeguato, un programma formativo e un piano operativo di 180 giorni.
IL PROGETTO HERITAGE
Sulle politiche ambientali si pone fine all’attenzione rivolta al cambiamento climatico e ai sussidi verdi, abolendo i Clean Energy Corp e il Climate Hub Office, revocandone i relativi finanziamenti. Centrale anche il ritiro dagli accordi sul cambiamento climatico, definiti incompatibili con la prosperità degli Stati Uniti.
Per il tema di gestione della salute pubblica si propone un abbandono del ruolo del governo nella promozione della salute pubblica per bambini e adulti americani, facendo riferimento alla gestione della pandemia di Covid-19 in cui il governo federale viene tacciato di una gestione eccessivamente dettagliata, disinformata e politicizzata. La nomina a segretario della Salute di Robert Kennedy Jr è la fotografia di questa involuzione.
Grande attenzione viene riservata alla “Family Agenda”, che promette di riportare l’attenzione verso una struttura ideale, votata al diritto dei bambini di essere cresciuti dagli uomini e dalle donne che li hanno concepiti. Viene enfatizzato il concetto di famiglia tradizionale, con una critica esplicita verso qualsiasi altra forma di genitorialità che vada oltre il concepimento tradizionale. A questi presupposti viene bizzarramente legato il discorso delle malattie sessualmente trasmissibili e le gravidanze non desiderate, che si propone di prevenire rafforzando il concetto di matrimonio come possibile strategia di prevenzione dei rischi sessuali.
Per i diritti LGBTQ+, si parla di revocare le norme che vietano la discriminazione sulla base dell’orientamento sessuale, dell’identità di genere, dello stato transgender e delle caratteristiche sessuali. Questo porterebbe a una pericolosa e consequenziale legittimazione del razzismo di genere perfino sul luogo di lavoro. Inoltre, si prevede una stretta anche nelle politiche anti-abortiste, con l’obiettivo di garantire una proliferazione delle policy pro-life e una limitazione del diritto di scelta nelle future legislazioni.
Grande chiusura viene mostrata anche nelle proposte sulle politiche migratorie, che prevedono una chiusura dei confini e una gestione rigida dell’enorme flusso di immigrati ai confini messicani.
Tra le tematiche affrontate dai conservatori di estrema destra il punto a cui viene data maggiore importanza è l’ufficio della Casa Bianca, di cui parla nel primo capitolo Rick Dearborn, ex vicecapo di gabinetto di Trump, focalizzandosi sulla necessità di una concentrazione dei poteri nelle mani del Presidente. Inoltre, si parla del Dipartimento di Stato e del Dipartimento di Giustizia come organi suscettibili a influenze poco raccomandabili e predisposti a dissentire dalla visione di un presidente conservatore.
L’INFLUENZA DEGLI EVANGELICI
Si sapeva tutto di Trump e del mondo che lo ha proiettato alla presidenza. Si sapeva anche l’influenza esercitata dagli evangelici. E’ passata in cavalleria, sottotraccia, come se la cosa non ci riguardasse o non influenzasse la nostra vita. Il servilismo di una consistente parte del sistema mediatico è stato il complice più efficace del trumpismo oggi imperante, il più utile per la destra regressiva che si sta imponendo non solo negli States, ma in Argentina – saper fare l’anarco-capitalista è un gioco da ragazzi per Milei – in Russia, in Ungheria, i nuovi comandamenti del nuovo corso politico ed economico: la democrazia è un lusso che non tutti si possono permettere. La nuova tavola delle leggi è quella esposta oggi alla Casa Bianca, trasformata nel Monte Sinai della “rivoluzione epocale” annunciata da Trump. Andrebbe considerata semmai “rivoluzione dei ricchi e degli oligarchi”, insomma una restaurazione. Il mondo è cambiato e la storia ha pensato bene di spostare il Congresso da Vienna a Washington.
LE CERTEZZE DEI FANATICI
E’ bene, a questo punto, enunciare i limiti e gli alibi del clan di evangelici che circonda l’uomo del Maga. Occorre riandare ai tempi della cavalcata trumpiana per il secondo mandato. Nel 2024 andavano al voto quattro miliardi e più di abitanti della terra. Negli Stati democratici, nelle autocrazie oppure nelle dittature che ci tengono però a non apparire tali.
Un cittadino su due doveva indicarci quale direzione prendere, tenendo a mente il clima, le grandi migrazioni, le economie, le tecnologie, il risveglio e le sfide dei Brics e dei Paesi emergenti. In tutti i casi – sia se si fossimo soffermati a osservare il panorama ristretto della nostra città, sia di ciò che avverrà a Roma, a Bruxelles, Londra, Mosca, Pechino o a Washington – ne saremno stati contagiati. Risultato: il fronte progressista è franato, la sterzata è stata tutta a destra.
Paolo di Tarso, l ’apostolo educato a Gerusalemme, all’incrocio di tre mondi: “Religiosamente ebreo, culturalmente greco, politicamente romano” ci avrebbe potuto aiutare, ad esempio, nello sforzo di afferrare l’essenziale dell’Europa e del mondo che ha da venire. Che cosa aveva scritto l‘enfant terrible del Cristianesimo nella lettera ai Corinzi“? Ci faceva notare che non bisogna fissare gli occhi su ciò che si vede, ma su ciò che non si vede “poiché ciò che si vede è temporaneo, ma ciò che non si vede è eterno”. Lungi da noi l’intenzione di arrivare a significati eterni.
La prima considerazione era quella di accorgersi di ciò che viaggiava sottotraccia, ad esempio negli Stati Uniti, venuto a galla sul finire dell’anno quando Trump è tornato alla Casa Bianca anche dopo l’assalto al Congresso dei suoi violenti sostenitori omaggiati della liberazione e del perdono presidenziale. E’ qui, nella battaglia per il dominio di buona parte della terra, il discrimine tra progresso e restaurazione.
A farne le spese sarà proprio l’Europa, stretta tra un’America chiusa, isolazionista, tetragona e malata di fanatismo e una Russia aggressiva e minacciosa, altrettanto fanatica, che gioisce del ridimensionamento europeo.
Qual è allora la cosa che non riusciamo a scorgere mentre rivolgiamo lo sguardo all’America bigotta che annuncia la punizione al mondo, pinguini dell’Anta-rtide compresi? Non abbiamo più contezza di che cosa il nuovo corso mondiale vuole privarci: laicità, laicismo, democrazia, stato sociale, stato di diritto, solidarietà, accoglienza, fratellanza, uguaglianza. Da qualsiasi lato della nostra fortezza il fanatismo sferrerà il suo attacco, noi non avremo altre armi se non queste con cui difenderci e difendere il bastione Europa che abbiamo imparato a conoscere e, colpevolmente senza mai dimostrarlo, ad amare.
Il fanatismo religioso che pensavamo di aver sconfitto con le bastonate all’Isis, si sta ripresentando più agguerrito e feroce che mai nelle fattezze e nelle parole di inquietanti personaggi che la storia, se fosse giusta, dovrebbe mettere da parte, per sempre.
Restiamo in America. Da lì arrivano segnali inquietanti. A lanciarli è lo stesso Trump, abituale frequentatore delle aule di giustizia, ormai in mano ai potenti predicatori evangelici che non sono, si badi, un fenomeno episodico e incontrollato del sistema oggi predominante e faticoso da contrastare. Si regge su alcuni capisaldi di cui non è secondario il ricorso all’arma della religione. Qui, nell’avanzata degli uomini con la Bibbia in mano
e nelle certezze suprematiste inculcate nelle menti più fragili, risiede la prevedibile e allarmante sconfitta dell’Europa. Ci ritroviamo a dover discutere di Dio, Patria, Famiglia come base della nostra convivenza, dimenticando che in questi tre ossessivi capisaldi della Destra stanno le tragedie che hanno insanguinato il continente, nel nome di tante divinità che, a seconda delle latitudini. sono sempre in concorrenza e competizione con le
altre.
IL NAZIONALISMO CRISTIANO
Dubbio e tolleranza stanno scomparendo. Si sente Trump scandire parole di fuoco contro gli immigrati “animali”, i senza dio, i complottisti, i figli di Satana, alla stregua di un ciarlatano alla fiera di paese o di un ubriaco al bar. Governare con la Bibbia in mano significa anche piegarla a malcelati interessi terreni, marcandone i passaggi più congeniali. E non è difficile scadere nell’intolleranza. La difesa da questi sintomi preoccupanti e allarmanti è debole. Le brave persone tentano di fermare l’avanzata degli evangelici – che considerano un’affermazione contro Trump al pari di un’offesa a Dio – con parole intrise di moderatismo, di cautele. A un’ondata di luoghi comuni, di verità rivelate date per universali e intangibili, si risponde con l’educazione e il dialogo. Nulla di più sbagliato, poiché la sfida che ci aspetta nel 2024 è quella di avere la forza e di urlare ai quattro venti i valori che potreb-
bero mettere a nudo le intenzioni dei fanatici e impedire loro di esercitare un potere immenso e ingiusto. Il loro dilagare, restringe i nostri spazi vitali. Un’attenzione sugli evangelici e su Trump è doverosa e ci porta a un interrogativo: qual è il pericolo che corre l’America e il mondo esterno? Il nazionalismo cristiano, in forte ascesa sia all’interno della Chiesa, sia all’interno del Partito Repubblicano.
QUEL CHE HA SCRITTO THE ATLANTIC
E’ stato Tim Alberta, scrittore e giornalista di The Atlantic, antica e prestigiosa rivista di Boston, a raccontare la sua esperienza di figlio di un ministro della Chiesa evangelista che a un tratto scopre e demolisce le tante contraddizioni dei cosiddetti “seguaci di Dio con la Bibbia in mano” che sempre più influenza hanno nel Gop. Sempre più a destra, sempre al sostegno fideistico di Trump.
La visione laica del governo e della società e i principi evangelici tradizionali vengono superati dai precetti messianici indicati dai predicatori che ascoltano solo la Bibbia. D’altronde, già nel 2020 i sostenitori del tycoon dicevano: “Dio ci ha mandato
Trump per liberarci dal Male”. E a loro Trump, negli anni della sua presidenza, ha regalato giudici, leggi e potere. Perfino giudici della Corte Costituzionale chiamata prima o poi a legiferare, per cancellarlo, il diritto all’aborto. L’ex presidente degli Stati Uniti mostra sempre più un lato feroce che preoccupa per la violenza delle sue parole e delle sue intenzioni, non pochi osservatori anche di orientamento repubblicano. Il tutto con venature di fanatico religioso che strizza l’occhio a quegli americani convinti che tutto discenda
dalla Bibbia.
Dall’Ohio, il nostro eroe con i capelli color carota, è arrivato a minacciare in campagna elettorale un bagno di sangue se non fosse stato rieletto. “ Nessuno dei leader mondiali buoni o cattivi – ha scritto – è così malvagio e malato come i delinquenti che abbiamo nel nostro Paese… Possano marcire all’inferno!” aveva tuonato.
Tim Alberta racconta della sua dolorosa esperienza di figlio di un ministro della Chiesa evangelica che aveva cercato di vedere il meglio nella Chiesa anche quando la Chiesa era al suo peggio. “Ora ho imparato che mentre chi parla delle proprie miserie di
solito fa male, chi tace fa più male”. Un trauma profondo per lo scrittore – che ha dato alle stampe The Kingdom, the Power, and the Glory: American Evangelicals in an Age of Extremism ( Il Regno, il Potere e la Gloria: Evangelici americani nell’era dell’estremismo) – è stato provocato dalla morte del padre: “Ci sono voluti la sua perdita e gli eventi traumatici che hanno accompagnato il suo funerale per riconsiderare le implicazioni di quel silenzio. La corruzione del cristianesimo americano non è una novità: i farisei moderni, da Jerry Falwell Sr. a Paula White, hanno passato 50 anni ad armare il Vangelo per vincere le elezioni e dominare il Paese, sfruttando le insicurezze culturali dei loro inconsapevoli fratelli per ottenere guadagni politici, professionali e finanziari, riducendo al contempo il Vangelo di Gesù a una caricatura agli occhi dei non credenti.
Il conseguente crollo della reputazione della Chiesa in questo Paese – con la frequenza domenicale, la percezione positiva della religione organizzata e il numero di cristiani autoidentificati ai minimi storici – lascia gli evangelici estranei ai loro vicini secolari come mai prima d’ora. I non credenti potrebbero preferire questa situazione. Potrebbero essere tentati di fare spallucce e andare avanti, supponendo che il crollo dell’evangelismo non sia un loro problema. Si sbagliano.
Alberta ci riporta poi all’estate del 2019. Il reverendo Richard Alberta, il padre, è morto per un attacco di cuore. Tuttavia, un anziano della chiesa consegna a Tim una lettera in cui esprimeva la sua disapprovazione nei confronti dello scrittore “per non aver abbracciato Trump come unto di Dio. Senza saperlo facevo parte di un complotto malvagio – così scriveva l’uomo – per minare il leader degli Stati Uniti ordinato da Dio. Un tradimen-
to contro Dio e contro il Paese – e avrei dovuto vergognarmi di me stesso”.
L’anziano ripeteva semplicemente i sentimenti radicati nell’America evangelica dopo la prima elezione di Trump nel 2016. La lettera incarnava un cambiamento in atto da decenni. La demografia era in mutamento. Barack Obama aveva occupato la Casa Bianca. Lo spirito di dissenso protestante, che un tempo alimentava la ribellione contro la corona, aveva lasciato il posto alla dichiarazione di Trump come emissario divino, un moderno Ciro. O Cesare. Strano che Obama non avesse avuto un posto del genere. D’altra parte, era nero e liberale e le sue convinzioni personali potevano essere ignorate. L’evangelismo americano si era evoluto in un nazionalismo americano caffeinato, con l’identità bianca vicina alla superficie.
Franklin Graham, il figlio del defunto Billy Graham (decano degli evangelici che dettò per i mariti una regola d’oro: mai restare soli in una stanza con donne non sposate), minacciò gli americani dell’ira di Dio se avessero avuto la temerarietà di criticare Trump. “La Bibbia dice che all’uomo è toccato morire una volta sola e poi il giudizio”, ha detto. Franklin, anche lui predicatore, velocissimo nel fornire a Trump una giustificazione delle frequenti avventure extra-matrimoniali: “Siamo tutti peccatori”, ha spiegato.
Le presidenziali di novembre 2024 sono state quindi il trionfo, non di Trump, ma di Cristo, “il cui sangue _ come sentito dire nei comizi e nei sermoni – è rosso come il colore dei repubblicani”. “Dio ha deviato la pallottola che doveva uccidermi” ripete il presidente che si è proclamato, al pari di un Belushi qualsiasi, “in missione per conto di Dio”. Un spirito libero e laico – è la conclusione che fa l’intellettuale liberal di The Atlantic – non combatte mai ad armi pari.
«Se la sinistra sudamericana aveva la Teologia della liberazione e del popolo, la destra americana di Trump _ ha scritto Antonio Polito sul Corriere della Sera – ha la teologia dell’accumulazione, della prosperità, in una parola della ricchezza. Profeta di questo credo è Paula White, descritta come la donna che ha avvicinato Trump alla fede e ora da lui nominata a capo dell’ufficio della fede, che è un vero e proprio dipartimento della Casa Bianca”.
L’America-prima-di-tutto e l’America dei Maga hanno sancito quindi la sconfitta della globalizzazione. Prendiamone atto. Ma una domanda, più delle altre, volteggia in questi giorni di disorientamento generale sulle nostre teste: come si fa a sconfiggere questi esaltati?
NELLE FOTO: la telepredicatrice evangelica Paula White con Trump e alla Casa Bianca