Uno Sherman Act in piena era tecnologica. E’ il primo processo, ieri la prima udienza a Washington, contro un monopolio dell’era Internet. E’ stato avviato dall’amministrazione Trump. E’ la causa del Ministero di Giustizia contro il colosso delle Big Tech, Google, accusato di aver soffocato la concorrenza, di abuso di posizione dominante e di accordi con i produttori di telefonini dietro pagamenti, è la stima delle autorità, di 10 miliardi di dollari all’anno.
Lo Sherman Antitrust Act del 1890 è la più antica legge antitrust degli Stati Uniti e rappresenta la prima azione, per limitare i monopoli e i cartelli (trust) con cui il governo statunitense diede, ad esempio, l’avvio alla battaglia contro la Standard Oil che fu po smembrata. Ma siamo ora in un’era lontana, che le nuove tecnologie hanno messo in archivio, sebbene il principio della concorrenza e della lotta ai monopoli resti basilare e necessario nell’economia e nel commercio moderno.
In questi giorni è partita negli Stati Uniti una grande battaglia tra Google e il Dipartimento di Giustizia. 25 anni dopo lo scontro con Microsoft per Explorer le autorità Usa portano in tribunale Mountain View accusandola di aver soffocato la concorrenza. E’ il primo processo per monopolio nell’era internet, al quale guarda per le eventuali implicazioni tutta la Silicon Valley.
Le autorità fanno riferimento nella documentazione presentata alla corte, milioni di documenti e citazioni di normeno, al caso che negli anni Novanta aveva coinvolto Microsoft. Google avrebbe usato lo stesso copione di Bill Gates per affermarsi e ottenere il monopolio nella ricerca online, con Explorer, lo storico programma per navigare su Internet lanciato nel 1995 e oggi sostituito da Microsof Edge..
“Questo caso riguarda il futuro di internet e se mai Google affronterà una significativa concorrenza”, l’affermazione di apertura di Jonathan Kanter, secondo cui Mountain View “ha illegalmente mantenuto un monopolio per più di un decennio”. Capo della divisione antitrust del Dipartimento di Giustizia, Kanter dovrà convincere il giudice della bontà e della correttezza delle tesi contro Google.
Big G, è la sua posizione, ha spuntato contratti per garantire che il suo motore di ricerca fosse di default su un enorme platea di dispositivi. Contratti che – pagati secondo le sue stime 10 miliardi di dollari l’anno – hanno soffocato la concorrenza e non consentito ai rivali reali e potenziali di offrire un’alternativa.
E Google? Finora ha sempre respinto le accuse affermando che i contratti siglati sono legali e portano benefici per i consumatori, ai quali viene così offerta la migliora tecnologia. “Gli utenti hanno oggi più opzioni che mai nella ricerca e nelle modalità di accesso all’informazione online”, è la posizione espressa dal legale John Schmidtlein. Mountain View ritiene che il suo successo sia legato al fatto che produce il miglior motore di ricerca: i consumatori hanno la possibilità di scegliere fra le varie alternative sul mercato, ma alla fine preferiscono Google perché è il più utile.
Come rivali Mountain View cita Amazon e TikTok che, pur non operando nella ricerca, sono le destinazioni privilegiate per i consumatori a caccia di prodotti e contenuti. Destinazioni che consentono di saltare completamente il passaggio della ricerca su Google.
Nel processo senza giuria, a decidere le sorti dello scontro è il giudice del Distretto di Columbia Amit P. Mehta, nominato da Obama nel 2014. Nella prima parte Mehta sarà chiamato a stabilire chi ha ragione, e nella seconda i rimedi. Tra i testimoni che Google intende chiamare ci sarà anche l’amministratore delegato Sundar Pichai.
I fondatori di Google, Larry Page e Sergey Brin, non sono invece attesi. Secondo indiscrezioni, il ministero di Giustizia Usa potrebbe spingersi fino a chiedere uno spezzatino del colosso oltre a significative sanzioni.