sabato 19 Aprile 2025

C'è una crepa in ogni cosa. E' da li' che entra la luce (Leonard Cohen)

MIGRANTI / “Italia, hai liberato Almasri, sei complice di chi mi torturava in Libia”

La testimonianza di un migrante torturato nei lager della Libia, da cui è riuscito a fuggire. La liberazione, a mezzo aereo di Stato, di Osama Najim, conosciuto anche come Almasri, ha “distrutto” le speranze di giustizia di David Yambio e di quelli come lui. Yambio ora vive in Italia ed è il co-fondatore della ONG Refugees in Libya: è stato detenuto nella prigione di Mitiga a Tripoli dopo che diversi tentativi di attraversare il Mediterraneo in cerca di rifugio in Europa sono stati sventati dalla guardia costiera libica. In quel carcere è stato torturato, e ha visto le stesse torture applicate con freddezza e sadismo a “quelli come lui” da Najim e i suoi carcerieri. E’ tra i tanti rifugiati e migranti che hanno fornito la loro terribile testimonianza alla Corte Penale Internazionale, che ha poi condannato il capo della polizia giudiziaria libica che l’Italia aveva fermato, prima di riportarlo in patria scatenando uno scandalo internazionale.

“La fragile speranza di giustizia a cui tutti ci aggrappavamo è stata infranta”, dice adesso Yambio in un’intervista al Guardian. “Almasri era in Italia, nel mio cortile… il cielo sa se stava cercando me e tutti coloro che hanno assistito ai suoi crimini. Viviamo già nella paura perpetua, ma come possiamo essere al sicuro in un paese che ha finto di tenerci al sicuro e invece protegge un presunto torturatore? Sto lottando per riconciliarmi con quello che è successo. Tutto ciò che ci è rimasto è la nostra voce e anche quella viene attaccata da persone che vogliono negare il nostro dolore”.

L’accordo con l’Italia “è una condanna a morte”, dice Yambio. “Innumerevoli persone sono state uccise, sia perché sono state riportate indietro dal Mediterraneo, sia perché sono state messe in centri di detenzione o abbandonate nel deserto. Quindi l’esperienza che io e altri abbiamo vissuto, o stiamo ancora vivendo, non è tutta opera dei libici. L’Italia è complice e ha le mani sporche di sangue“.

Yambio dice di aver incontrato Najim per la prima volta durante la sua detenzione nella prigione di al-Jadida nel 2019, prima di essere trasferito a Mitiga. E’ stato mandato ai lavori forzati nella costruzione di una nuova prigione e poi per caricare armi pesanti sui camion. Dice che Najim lo frustava con un tubo dell’acqua e ordinava frustate o percosse da parte di guardie armate di AK-47 ogni volta che commetteva un errore sul posto, solitamente a causa di estrema stanchezza e fame. “Chiunque incontrasse – magari ti stavi riposando, magari ti era caduto un mattone sui piedi – si precipitava da te e ti frustava”.

Yambio è riuscito a fuggire dalla prigione nel 2020, scavalcando un muro di 5 metri nel cuore della notte e nascondendosi in Libia prima di arrivare con successo in Italia in barca nel giugno 2022. La sua domanda d’asilo è stata infine accettata.

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